You Don't Know How It Feels…To Be Me

I miti contraddittori

Noto che è il terzo post sui miti nel giro di pochi mesi, forse perché ne sono stato soggiogato per anni e ora voglio espiare la pena, ridimensionandone il più possibile.

Questa volta lo spunto è nato quando ho scoperto che la “Proposition 8″, ovvero il referendum che chiedeva l’abrogazione della legge sulle unioni omossessuali in California, era stato vinto perché si era tenuto in concomitanza con le elezioni presidenziali del 2008. Si voleva cioè sfruttare la grande afflunenza alle urne di neri e ispanici, notoriamente conservatori sui temi etici. Semplificando, quelli che avevano fatto vincere Barack “Hope” Obama, avevano fatto tornare indietro la California. Questo perché negli Stati Uniti sono molto più gay friendly gli W.A.S.P. (white anglo-saxon protestant) che non le altre etnie, visto poi che irlandesi, italiani e polacchi sono cattolici; come è fortemente omofoba anche la religione rastafari del “profeta” del reggae e dei diritti civili Bob Marley.

Questo è molto interessante perché in Italia da parte di una certa sinistra, extraparlamentare e soprattutto culturale, che ha tra i suoi esponenti Lorenzo Cherubini alias Jovanotti, tutte le “cause” sono sostenute contemporanemente in modo acritico e messe poi in un unico calderone buonista che contiene tutto e il suo contrario.

A proposito di afro-americani, ho letto un libro che dice che all’inizio del XX secolo i neri erano repubblicani perché Lincoln, colui che aveva abolito la schiavitù, era repubblicano, mentre i sindacalisti bianchi erano democratici, esattamente come democratici erano gli schiavisti del sud.
Il fatto poi che i neri appena arrivati nelle grandi città del industriali del nord, fossero usati come crumiri, aumentava la contrapposizione.
Questo ovviamente per non parlare dei mussulmani neri, di cui ha fatto parte Malcolm X per buona parte della sua vita, che sono pesantemente antisemiti.

Altri esempi in ordine sparso:
l’indipendentismo basco è nato tra l’alta borghesia e uno storico spagnolo si stupiva che ora sia diventato una bandiera dell’estrema sinistra, probabilmente, chiosava di nuovo lo storico, per la sua opposizione al franchismo.

I nativi americani erano maschilisti, come quasi tutte le popolazioni con un sistema di governo di tipo tribale, infatti sono maschilisti i Rom e gli Inuit, che offrono la propria moglie agli ospiti, immagino senza chiedere il di lei consenso.

Tornando al tema dell’omosessualità, Pim Fortuyin, noto politico gay dichiarato dei Paesi Bassi, assassinato qualche anno fa, era razzista nei confronti di tutti quelli che non erano olandesi (slavi, africani e mussulmani in genere) e il fatto di appartenere lui stesso ad una minoranza non lo faceva certo essere più tollerante.

Concludendo è sacrosanto combattere per gli sfruttati e per gli “ultimi”, ma prendere una parte, soprattutto in conflitti che ci sono lontani culturalmente e geograficamente è sempre molto rischioso.

La poesia dell’imperfetto

E’ un po’ di tempo che, partendo dal titolo di una raccolta di De André Mi innamoravo di tutto, rifletto su quanto l’imperfetto indicativo dia un senso di poesia ad ogni frase, esattamente come una banale foto a colori può essere resa più poetica, con un programma di foto ritocco, se la si converte in bianco e nero o la si vira in tono seppia. Per esempio se uno scrive su Facebook “ho steso il bucato”, la frase è insipida, per tacere del fatto che se la tale persona ha steso il bucato non me ne frega niente. Se però si prende la stessa frase e la si modifica un minimo usando l’imperfetto indicativo, diventa per esempio “stendevo il bucato al sole”. Anche se è comunque banale, suona comunque più poetica e sembra l’introduzione a qualcosa di più interessante.

E’ noto che io sono un maestro nell’uso della parola, per non parlare del mio spiccato senso della poesia, quindi è naturale che mi sia trovato a comporre frasi simili a quelle del titolo dell’album del mio illustre concittadino.

Mi faceva schifo tutto: guardando la prima parte dei telegiornali, quella dedicata alla politica, o peggio ancora seguendo un puntata di Report il senso di schifo è tangibile. Lasciando perdere la politica, anche un video dei Black Eyed Peas o di qualsiasi cantante rap italiano o straniero mi lascia quello strano senso di nausea non legato all’alimentazione, ma al ribrezzo propriamente detto.

Non digerivo più niente: sarà perché la fatidica soglia dei 40 è distante solo poche settimane, ma oltre a mangiare molto meno che in passato, mi rendo conto che certe cose proprio non le digerisco più. Il vino rosso nonostante difficilmente mi dia alla testa, se ne bevo qualche bicchiere in più mi ritorna peggio delle cipolle. Per non parlare delle aringhe, che dopo un’indigestione a Copenhaghen, dove un ristorante proponeva aringhe a volontà, ormai devo mangiare con molta cautela e in modiche quantità.

Mi stavano tutti sui coglioni: quando sono di cattivo umore se sono in posti pubblici, tendo ad avere un’insofferenza forte per le persone che mi circondano. Perché si fa presto a dirsi antirazzisti, però un po’ razzisti lo siamo tutti: io per esempio non sopporto quelli che non si lavano da giorni e usano l’autobus oppure quei ragazzi che hanno il cappellino da baseball ristretto di due misure e solo appoggiato alla sommità della testa e che fanno di tutto per farmi leggere la marca delle loro mutande.

A parte il fatto che sono pronto per una residenza protetta per anziani, ho chiaramente dimostrato che con l’imperfetto indicativo tutto può essere reso in maniera poetica, regalandovi inoltre queste tre perle che senza il mio blog vi sareste persi.

Habemus Papam

Devo confessarlo: anche io la sera del 13 marzo ero davanti al televisore, in solenne attesa dell’”habemus papam“. Magari proprio solenne no, visto che mi stavo esercitando sulle scale pentatoniche con la chitarra, però anche io ero curioso di conoscere il nome del nuovo papa, perché, a prescindere dal fascino della cerimonia che è senz’altro più coinvolgente di qualsiasi altro “and the winner is”, la scelta del papa, volenti o nolenti, ci riguarda tutti.

Il perché ci riguarda lo abbiamo visto anche negli ultimi anni quando una parte dell’agenda politica dei governi Berlusconi è stata dettata in Vaticano e soprattutto la disgraziata legge 40, che ha creato il turismo delle fecondazione assistita o l’assurdità dei ginecologi obiettori che ha portato al sovraccarico delle pochissime strutture che ancora praticano aborti legali.
Il Vaticano ha ringraziato sostenendo il premier mandrillo al di là di ogni logica e convenienza morale, fin quasi all’ultimo.

Arrivando al presente, per ora di questo papa argentino abbiamo visto solo i messaggi esteriori, che sono stati apprezzati da tutti, anche perché incentrati sul combattere la povertà e sull’accoglienza degli altri, inteso come credenti in altre fedi o non credenti. Dal punto di vista poi dei temi etici, secondo me, sarà poi interessante vedere quanto il papa né parlerà, perché non mi aspetto certo un papa favorevole alle unioni omosessuali o all’aborto, ma un papa che ogni tanto si “dimentichi” di parlarne e condannarli, concentrando il suo pensiero sulla lotta alla povertà e sull’ecumenismo, dà già un messaggio forte in tal senso.

A prescindere da tutto però prima di dare un mio giudizio aspetterei ancora un po’ e prima preferirei vedere la sostanza dell’operato del nuovo papa. Non mi piaceva Giovanni Paolo II, proprio perché i troppi segni esteriori da “grande comunicatore” erano spesso in controtendenza con quello che predicava, anche perché la “linea politica” era dettata dal team Ruini-Ratzinger e il papa sembrava quasi l’uomo immagine di una ditta gestita da altri.

Quello che si può dire con certezza già da ora è che il pontificato di Benedetto XVI, al di là delle parole di circostanza, è già stato archiviato senza troppi rimpianti. A posteriori non è stato neanche un papa di transizione, ma di surgelazione: ha cercato di tenere tutto fermo, mentre scoppiavano le lotte intestine della curia e quando la situazione è diventata insostenibile, ha fatto l’unico atto di modernità di tutto il suo “regno”.

L’Automobile, simbolo di schiavitù

L’automobile a partire dagli anni ’50/’60, i tempi della Fiat 600 che ha portato alla motorizzazione di massa, è sempre stata vista come un simbolo di libertà, perché permetteva di non essere più legati agli orari di tram, corriere o treni, ma negli ultimi anni, secondo me, si è trasformata nel suo esatto contrario e il mezzo che era al nostro servizio, è diventato pian piano una cosa di cui siamo servi.

Girare in città ormai non è molto diverso dal pilotare un aereo da turismo, si stila infatti mentalmente “il piano di volo” prima di uscire di casa: prima sosta al centro commerciale dove si trova facilmente parcheggio e non si paga, poi un salto all’ipercoop dove anche lì è gratis, quindi arrivo in centro per le 19:45, quando sta per finire la sosta a pagamento ma è ancora possibile mettere la macchina vicino al cinema o al ristorante. Come alternativa ci sono i parcheggi a pagamento che rappresentano davvero l’estrema ratio. Magari sembra un discorso un po’ troppo genovese, ma con la benzina a quasi 2 euro al litro, quanto è piacevole pagarne 5 o 6 per parcheggiare qualche ora?

In alcuni quartieri sotto le macchine cresce ormai il muschio perché: “un mese fa ho trovato parcheggio proprio davanti al portone, se la muovo chissà dove lo ritrovo, quindi vado in scooter.” Altri invece vanno la domenica a trovare i parenti e li salutano a metà pomeriggio perché “se arrivo a casa dopo le 5 non c’è più verso di trovare un posto”. A questi problemi in teoria avrebbero dovuto porre un minimo di rimedio le righe blu, che ormai hanno invaso ogni città medio/grande fino alle più estreme periferie. La soluzione è comunque parziale perché se da un lato fanno impazzire i residenti quando invitano gli amici a casa, se lo spazio fisico non c’era prima, non lo hanno certo creato le righe blu. Il mio vicino, che torna a casa per le 20:30, lascia spesso l’auto sulla fermata dell’autobus, anche se sul parabrezza mostra con fierezza il talloncino da residente.

Perchè il problema principale è il volume del parco circolante, che è ancora aumentato sensibilmente da quando ho preso la patente io nel 1992, e in questa situazione, in cui il mercato dell’auto langue, nessuno pensa che in parte possa essere una crisi di saturazione. Ormai le strade traboccano di lamiera e non c’è costruzione di silos sotterranei che tenga. Oltre a tutto le macchine in circolazione hanno un’età media abbastanza bassa, infatti se negli anni ’80 era abbastanza facile vedere macchine di 15-20 anni normalmente circolanti, adesso fra campagne di rottamazione e obbligo di collaudo biennale, sono sparite. Resiste solo qualche vecchia Fiat 500 che mantiene un certo valore collezionistico, ma che non può circolare in città dal lunedì al venerdì, dalle 8 alle 19, perché c’è il blocco alle non catalizzate, giusto per ritornare al discorso del simbolo di libertà.

La cosa divertente, per contro, è guardare con attenzione le pubblicità del settore, infatti le industrie, ormai alla frutta, per rendere ancora accattivante il prodotto, mostrano strade deserte in cui si circola facilmente e si parcheggia ancora più facilemente usando i sensori di parcheggio o in certi casi non toccando neanche il volante, ovviamente di fronte al bar alla moda o alla boutique in cui si aveva intenzione di andare. Per le riprese extra cittadine invece, probabilmente noleggiano tutti lo stesso tratto di costa islandese dove l’auto sfreccia veloce nel vento, vicino ad una bella spiaggia assolata, avendo come colonna sonora il brano pop del momento.
Questo succede perché, almeno in televisione, hanno il pudore di non mostrare l’habitat naturale dell’automobile: ferma in mezzo al traffico, con colonna sonora di clacson e bestemmie degli automobilisti.

Musica e buoi…

Al telegiornale serale di qualche mese fa, una delle notizie più importanti era che il gruppo italiano “Il Volo“, quelli precedentemente conosciuti come “i tenorini della Clerici”, aveva raggiunto la prima posizione della classifica di Billboard, ovvero il loro CD era il più venduto negli Stati Uniti. Durante lo stesso servizio facevano sentire una delle canzoni che aveva decretato questo incredibile successo: “‘O sole mio” pubblicata la prima volta nel 1898.

Cioè dopo un secolo in cui la musica italiana si è evoluta e contaminata con rock, blues, folk, ritmi latini, sonorità balcaniche e chi più ne ha più ne metta, questi tre ragazzi hanno successo con un pezzo di 115 anni fa.
Nello stesso servizio si diceva che “ll Volo” sono i terzi a raggiungere questo ambito traguardo, dopo nell’ordine Domenico Modugno, che almeno “Nel blu dipinto di blu” l’aveva composta, e Andrea Bocelli che oltre a cantare i soliti due evergreen italiani, nei suoi dischi inserisce arie dalle più famose opere italiane dell’ottocento: gioventù bruciata!

Nonostante capisca che lo straniero nella musica italiana cerchi soprattutto la melodia, esattamente come l’italiano cerca il Delta Blues nel sud degli Stati Uniti, la Bossa Nova in Brasile o il Fado in Portogallo, il mondo della musica italiana, soprattutto quella più moderna, dovrebbe riflettere un attimo sulle sue effettive capacità di attrarre pubblico al di fuori del proprio orticello.
Qualcuno obbietterà che Ramazzotti, Pausini e Tiziano Ferro hanno un ottimo successo all’estero, però sono appunto solo loro tre e fanno tutti musica melodica; tra l’altro la Pausini il Grammy lo ha vinto cantando in spagnolo. I gruppi più o meno rock già a Mentone o Nova Gorica, non se li caga più nessuno. L’unico gruppo hard rock che ha davvero sfondato all’estero sono i Lacuna Coil, infatti in Italia li conoscono in pochi e sono ignorati dai grandi mezzi di informazione.

Qualcuno sicuramente dirà che gli americani non hanno mai capito un cazzo e quindi non c’è da stupirsi, però è indiscutibile che a parte rare eccezioni come Beatles, Rolling Stones, Led Zeppelin e Bob Marley dai primi del novecento in poi il centro del mondo musicale sono gli Stati Uniti e uno può essere anche “Big in Japan” come se la tira sempre Al Bano, ma, come nel cinema, il successo di un artista, giusto o sbagliato che sia, si misura lì e gli italiani che lo hanno raggiunto, spesso lo hanno fatto cantando: “Che bella cosa na jurnata ‘e sole“.

Partito Democratico: istruzioni per l’uso

1° fase (quella appena passata): la campagna elettorale
Dire che l’ipotetico partner di governo è Monti, per poi smentire il giorno dopo dicendo che l’unico alleato è Vendola, per poi riparlare di Monti il giorno successivo. Facendo comunque sempre capire che c’è pochissima convinzione di riuscire a prendere un numero sufficiente di voti per governare da soli.

2° fase (quella attuale): dopo le elezioni
Dire che si può fare un accordo di governo con il Movimento 5 Stelle e nel frattempo ammiccare ad un governo di larghe intese con Berlusconi.

Evitare a tutti i costi di fare cose del tipo: cambiare la legge elettorale, tagliare le spese della politica, fare una legge sulle unioni civili, approvare una legge anticorruzione “vera”, rendere il falso in bilancio un reato grave e fare una legge contro il conflitto di interessi, magari con un governo di minoranza con l’appoggio del M5S.

Fare un governo con Berlusconi, che probabilmente vorrà come Premier un esponente del PD che ci metta la faccia, permettendo così a Berlusconi di defilarsi alla prima occasione e contestualmente scaricare tutta la reponsabilità di ogni legge impopolare sul PD.

3° fase: l’attività di governo
Approvare insieme a Berlusconi due o tre porcate, tipo un nuovo indulto ed evitare nel modo più assoluto anche solo di proporre cose come: cambiare la legge elettorale, tagliare le spese della politica, fare una legge sulle unioni civili, approvare una legge anticorruzione “vera”, rendere il falso in bilancio un reato grave e fare una legge contro il conflitto di interessi.

4° fase: la crisi di governo
Permettere a Berlusconi di staccare la spina al governissimo, quando capisce dai sondaggi che si è rifatto un’immagine e che può vincere le elezioni da solo. Stupirsi e gridare allo scandalo se chiede nuove elezioni, mentre prende di nuovo accordi con Lega e partiti più o meno fascisti.

5° fase: la nuova campagna elettorale
Balbettare qualche frase che non significa niente sul perché il governissimo è fallito, mentre Berlusconi e Grillo urlano le peggio cose, accusando il PD dei terremoti, delle alluvioni e della crocifissione di Cristo.

6° fase (l’ultima, intesa non come latest, ma come last): le nuove elezioni
Perdere le elezioni in modo ignomignoso, con Berlusconi che non vince ma mantiene le posizioni e Grillo che trionfa.

Nel caso, per la prima volta, uno dei voti al Movimento 5 Stelle sarà il mio.

Monti o non Monti

Questo post, che in verità è già da un po’ che ho in testa, è ormai quasi fuori tempo massimo, perché, dopo la sua “salita in politica”, Mario Monti sta pian piano distruggendo la sua immagine di super partes, comportandosi come un politico qualunque: attacchi più o meno pretestuosi agli avversari, talvolta smentiti il giorno dopo con il consueto “sono stato frainteso”.

Comunque parlerò ancora di lui come capo del governo tecnico, ruolo che comunque rivestirà fino alla data delle elezioni.

Appena insediato ha subito messo l’accento su rigore ed equità, ma sul secondo punto si è già smentito due giorni dopo, quando ha alzato le accise sulla benzina: la tassa meno equa in assoluto visto che la pagano 1,80 euro al litro tutti indistintamente, dal pensionato con la minima al CEO della grande azienda. Il rigore poi lo ha ottenuto continuando a imporre tasse sui soliti tassabili, come le tasse sulla casa o l’aumento dell’IVA che colpisce in primis i consumatori, ma poi di riflesso anche i commercianti, in un periodo in cui i negozi chiudono a grappoli.

Si dice che i sacrifici erano necessari e su questo si può anche essere d’accordo, ma alla fine è evidente che non tutti li hanno fatti.

Infatti tutti i tagli alla politica, che comunque erano più simbolici che utili, e in generale i tagli alla macchina della pubblica amministrazione, non si sono visti. Il tecnico Monti, in questo caso già mezzo politico, ha prontamente scaricato la colpa sull’eterogenea maggioranza che lo sosteneva. Però il suo compito “tecnico” era proprio quello di costringere i partiti del suo governo ad approvare quelle riforme che negli ultimi vent’anni nessun politico ha avuto il coraggio, ma soprattutto la volontà, di fare.

Riguardo all’evasione fiscale, dopo i blitz a Cortina, più un’operazione di facciata che altro, si è infine ammesso che è un fenomeno difficile da combattere e che è evidente che la lotta alla stessa rende molto meno, in termini di entrate, rispetto alle altre tasse sopra esposte. Perdonatemi il francesismo: e grazie al cazzo!

In politica estera si dice che abbia fatto una figura migliore del suo predecesse, ma, come diceva Renzi, per quello bastava il Pulcino Pio. E’ sufficiente, infatti, non dare del nazista agli europarlamentari stranieri, non insultare gli altri capi di governo con battute da osteria che riguardano il loro fondoschiena e magari non fare le corna durante le foto di rito, giusto quelle due o tre cose lì, non di più.

Monti poi, quando ha iniziato a intravedere la fine del suo mandato, come tutti i democristiani del passato,  ha proposto la politica dei due tempi: si sono fatti i sacrifici oggi per poi “godere” domani. Peccato che di secondi tempi nella storia repubblicana non se ne sono visti molti e temiamo di non vedere neanche quello di Monti, che probabilmente si giustificherà dicendo: “se non mi avete  fatto vincere votandomi in massa,  cosa pretendete?”

Questo non per distruggere il personaggio, ma per mettere in evidenza due o tre cose che i suoi sostenitori tendono a non dire.

Noi vi guardiamo, ma non vi salutiamo

Solitamente, quando si fanno citazioni, si usano le massime di personaggi famosi del presente o del passato: scrittori, poeti, filosofi, cantanti e via citando. La frase che dà il titolo a questo post invece è una massima che diceva sempre un tipo strano che girava nel mio paese di campagna, in provincia di Alessandria.
Mi torna spesso in mente quando vado, malvolentieri, in una ditta in cui ho lavorato per circa tre anni e di cui detesto circa il 90% dei dipendenti. Questa frase infatti, secondo me, esprime compiutamente il disprezzo, nel guardare una persona che si conosce e soprattutto che ci riconosce, senza salutarla. Questo senza violare macroscopicamente le regole base di convivenza in un ufficio.

L’ideatore di questa massima era un ragazzo di qualche anno più grande, che passava per essere uno sbandato e un poco di buono e che intimoriva le persone, ma che, conoscendolo un po’ meglio, si capiva che non era cattivo. Aveva avuto una vita familiare difficile: rifiutato perché figlio di un matrimonio precedente, sfogava la sua sofferenza in gesti che avevano portato sua madre a disconoscerlo.

Nella sua vita ebbe solo un momento di “gloria” quando, un anno in cui il mio paese partecipava ad un torneo di calcio, fu eletto, a furor di popolo, a capo degli ultras e quindi osannato da noi tifosi. Qualche ora prima della finale, quando erano già tutti un po’ ubriachi, lo portarono dal parrucchiere del paese e gli fecero la cresta da punk. Questa autoparodia delle gradinate era insieme divertente ed innocua, perché non ci siamo mai spinti oltre a qualche coro e alla massima di cui sopra, che era diventato il nostro urlo di battaglia.

Ne parlo al passato perché, come un novello Kaspar Hauser, travagliata è stata la sua vità come misteriosa è stata la sua morte: lo trovarono in uno stagno con l’acqua a mezzo busto, senza che sia mai stato chiarito perché fosse in quel posto e soprattutto chi ce lo avesse portato. Si parlò di un regolamento di conti legato al furto nella tabaccheria del paese, ma la storia finì lì.
Al funerale c’era tutto il paese, poi noi ragazzi abbiamo fatto una macchinata e abbiamo seguito il carro funebre nel cimitero del paese vicino.

Quindi nel citare la sua massima, lo ricordo anche in uno dei pochi momenti in cui forse è stato felice.

G.A.S.

Gear3G.A.S. (Gear Acquisition Syndrome) è, citando wikipedia, “un termine gergale anglosassone usato soprattutto da chitarristi e fotografi che indica una sorta di sindrome da acquisto compulsivo volta a far desiderare l’acquisto di attrezzature (gear) relative alla propria professione/hobby”.

Ora, chi mi conosce un minimo, dopo aver letto “chitarristi e fotografi“, ha capito che in casa nostra, usando un eufemismo, ce l’abbiamo nello stoppino. Comunque visto che ai lettori abituali di questo blog, interesserà sicuramente la sindrome quando colpisce i secondi, io vi parlerò di come colpisce i primi.

Quando sono tornato al mondo della musica, ho subito capito che dovevo comprarmi una chitarra nuova, perché la vecchia elettrica rispecchiava i miei gusti di sedicenne: molto cattiva sia nell’aspetto che nel suono e anche di qualità non eccelsa. Volevo qualcosa di più classico nell’aspetto, ma soprattutto nel suono e di migliore qualità; in fin dei conti sono un po’ di anni che suono e ora ho anche uno stipendio, ma si dai…cosa c’è di più classico di una Telecaster?
Un buon strumento elettrico parte dai 1000 euro, ma alla fine, cercando nell’usato, almeno per la chitarra me la sono cavata con meno.
Fortunatamente al momento non mi riguarda, ma anche nel mondo delle chitarre elettriche c’è un dualismo tipo Nikon-Canon, ed è quello Fender-Gibson (per tacer di altri marchi); con la grossa differenza che i due mondi sono talmente diversi per tipo di pick-up, ponte e tecniche costruttive in generale, che uno non esclude l’altro e il chitarrista in preda alla G.A.S. le prende entrambe.

Però nella strumentazione base di un chitarrista elettrico, la chitarra rappresenta solo la metà dell’equazione e neanche la più importante, perché è l’amplificatore quello che fa uscire il suono. Io avevo anche un amplificatore, ma due anni dopo l’acquisto della Fender ce ne voleva uno nuovo, perché il vecchio è a transistor e la “pellicola” dei chitarristi sono…le valvole. Anche qui ci si perde tra costruttori, modelli, coni e anche appunto valvole: 6V6, 6L6, EL84,…neanche quando ero all’ITIS ne sapevo così tanto.
Comunque dopo aver preso un piccolo valvolare (6V6), tutto sommato economico, non tanto perché volessi risparmiare, quanto perché, per suonare in casa, un piccolo wattaggio è più che sufficiente, ero finalmente a posto…

No, ovviamente, perché è quando la ricerca sembra finita che siamo appena agli inizi, perché si apre il grande, enorme, immenso mondo degli effetti: quando poco prima o poco dopo un assolo vedete il chitarrista tirare delle pedate per terra, non vuol dire che ha il parkinson, ma che sta accendendo/spegnendo quei pedalini colorati che ha davanti a lui.

Io di quelli non ne avevo, ma un mio amico ha un dispositivo che, per la modica cifra di circa 90-100 euro (50-60 usato), li ha dentro tutti. Però è un oggetto che va bene giusto per suonare in cameretta, perché è una specie di emulatore di effetti: se si suona dal vivo (ma quando mai? me lo chiedo anche io), non va bene. Quindi partiamo con la ricerca che in questo caso è, come detto, quasi infinita: si va da quelli molto economici a quelli (sarcasticamente) definiti “effetti boutique”, perché una scatoletta di metallo può arrivare a costare tranquillamente 300-400 euro. Io, cercando di stare nel mezzo, avevo individuato che potevano servirmi “solo” un overdrive, un riverbero e un compressore e dopo un annetto di ricerche me la sono cavata con circa 225 euro, perché uno è usato. Quindi dal punto di vista “elettrico” ora, finalmente, sono a posto!

Il problema è il banjo: ne avevo preso uno economico una decina di anni fa, ma adesso, che sono diventato un po’ più bravino, mi rendo proprio conto che…(continua)

Un’occasione persa

Dal momento in cui abbiamo deciso di sposarci, non ho mai avuto ripensamenti di sorta. Ero parecchio agitato le due notti precedenti il matrimonio, in cui ho dormito malissimo e ovviamente la mattina stessa, ma solo perché avevo paura di impappinarmi nel dire la famosa formula o di prendere una salaccata per terra mentre andavo all’altare, non perché avessi il minimo dubbio.

Un grosso ripensamente al riguardo invece l’ho avuto stasera, quando ho appreso la notizia che dopo 18 anni ritorna…

“Scene da un Matrimonio” con Davide Mengacci!

Non riesco a farmene una ragione: se solo avessimo aspettato sei anni a fare il grande passo, stasera avreste potuto vedere tutte le scene clou del nostro matrimonio in televisione e io avrei finalmente potuto conoscere un mio idolo. Un uomo la cui carriera ha preso il volo dopo aver condotto su Rete 4, prima delle elezioni politiche del 27/28 marzo 1994, un programma in cui intervistava la gente per strada, facendo domande tipo: “Non pensa anche lei che Berlusconi sarà un ottimo presidente del consiglio?” oppure “E’ d’accordo che la sinistra sia incapace di governare questo paese?”

Peccato, una grande, grandissima, occasione persa.

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