Tre sfumature di astensione
Questo titolo un po’ ad effetto per dire che secondo me ci sono tre livelli nell’astensionismo e questi livelli riguardano fasi storiche e relative percentuali di non partecipazione al voto.
Il primo livello è quello dell’astensionismo storico di matrice soprattutto anarchica, definito anche astensionismo rivoluzionario, per differenziarlo dall’astensionismo qualunquista (ne parlerò dopo). Il principio fondante è il rifiuto della delega e il sostegno dell’azione diretta. I parlamentari, visto che soprattutto nelle democrazie occidentali non hanno vincolo di mandato, una volta eletti non fanno più gli interessi degli elettori, ma quelli dello stato, visto come strumento del potere per assoggettare le masse. A questo si aggiunge che la liturgia elettorale cerca in qualche modo di legittimare lo stato a fare quello che farebbe comunque. L’azione diretta è vista come unico strumento di lotta, perché storicamente tutti i miglioramenti delle condizioni dei lavoratori, come anche le conquiste civili, sono stati ratificati dai parlamenti in ritardo e spesso annacquandoli, solo dopo anni di manifestazioni di piazza e di lavoro sull’opinione pubblica. Nessun parlamento ha mai prodotto in proprio e di sua iniziativa leggi favorevoli ai cosiddetti diseredati. Questo semplificando molto il concetto.
Questi principi, soprattutto in Italia, non hanno mai attecchito molto, visto che fino ai primi anni ’90 eravamo il paese con la più alta partecipazione al voto, merito anche del PCI e poi anche dei partiti alla sua sinistra che hanno sempre drenato lo scontento antigovernativo. Questo ruolo poi è passato alla Lega Nord e successivamente al Movimento 5 Stelle, ma le percentuali di partecipazione al voto della seconda metà del secolo scorso sono ormai ben lontane.
Il secondo livello è quello della scomparsa dei partiti ideologici e l’affermarsi dell’idea che, stringi stringi, tutti i partiti sono uguali, ovviamente inteso nei comportamenti meno esemplari e come ho scritto qualche anno fa, il verificarsi della tesi della sora Concetta, quando dice che: “E’ tutto un magna magna, so’ tutti farabbutti, rubbano tutti!”; che poi è quello che porta appunto all’astensionismo qualunquista.
Lo scandalo dei rimborsi nei consigli regionali ha dimostrato questa teoria visto che le inchieste hanno colpito tutte le forze politiche, anche, e soprattutto in certe regioni del nord, la Lega che invece si era presentata come il partito contro i corrotti.
Questo sentimento ha fatto aumentare molto l’astensione, fino a circa il 40% delle ultime tornate elettorali.
Il terzo livello ha un nome e un cognome: Matteo Renzi, perché secondo me è la personificazione del concetto: “comunque votiate non conta un cazzo, che poi in parlamento le cose ce le rivoltiamo come ci pare”. Confesso, come detto, che forse è più una cosa personale che di massa, anche se molti osservatori più competenti di me hanno osservato una fuga di elettori dal Partito Democratico, solo in parte recuperata del M5S e finita nel calderone dell’astensione.
Grazie a lui è stato chiaro che non c’è nessuna differenza tra sinistra e destra e con lui c’è la certezza che ogni programma elettorale non sarà rispettato. Se sarà lui il prossimo presidente del consiglio, tutta la fuffa che uscirà dalle Leopolde e dai Lingotti, sarà messa da parte: quello che ha fatto nei tre anni di governo non era né nel programma del PD di Bersani, né tantomeno nelle tante belle cose che ha detto quando era il sindaco di Firenze e, da outsider della politica, cercava di affermarsi.
Se, come si suol dire, avessi avuto la sfera di cristallo, a posteriori non dico che nel 2013 avrei votato Grillo, ma sicuramente non avrei votato la coalizione di sinistra, quella che poi ha fornito a Renzi la sua solida maggioranza parlamentare. Aggiungo, per confutare o almeno per rispondere alla tesi di quelli che dicono: “voto per quelli che, per permetterci di votare, sono morti sulle montagne “, che se anche loro avessero visto che in futuro la scelta sarebbe stata tra Bersani, Renzi, Grillo, Salvini, Berlusconi e Meloni, probabilmente su quelle montagne non ci sarebbero mai saliti.
In generale e ritornando al tema del post, spesso mi sono pentito di aver votato alle elezioni, ovvero non mi sono pentito di aver votato l’uno o l’altro, ma mi sono proprio pentito di essere andato a votare. Non mi risulta invece di essermi mai pentito le volte che ho scelto l’astensione. Non certo perché così ho santificato le idee anarchiche in cui credo, quanto perché mi sono sentito più coerente con me stesso e più a posto con la coscienza e questo, come diceva una famosa pubblicità, non ha prezzo.
