You Don't Know How It Feels…To Be Me

Perché No al Referendum, ma soprattutto a Renzi

Nei giorni successivi al referendum del 4 dicembre, mi è capiato di spiegare il perché ho votato No al referendum costituzionale, rispondendo su Facebook ad amici che si lamentavano dell’esito della consultazione. Sia a chi si scagliava con rabbia verso gli italiani pecoroni che non vogliono cambiare mai niente (sottointeso in meglio), sia a chi con tristezza lamentava la grande occasione persa dal nostro paese.

Le mie risposte si sono articolate in alcuni commenti e qualche messaggio privato, ma mi sono reso conto che non avevo scritto tutto quello che pensavo e recentemente mi sono reso conto che se decidessi di spiegare ad un amico tutto quello che penso al riguardo, non basterebbero i social network, ma ci vorrebbe qualche pagina di un documento Word. Quindi mi è venuta l’idea di rispolverare questo spazio per dire:

Perché ho votato No e perché sicuramente non voterò mai il PD, men che meno se sarà Matteo Renzi il suo leader.

Iniziamo dalla riforma della costituzione che è stato il casus belli:

– la riforma era un pastrocchio senza capo ne coda: perché nel nuovo senato dovevano esserci 21 sindaci e perche dovevano essere eletti dai consigli regionali? Avrebbero potuto scrivere i sindaci dei 21 comuni più popolosi o i sindaci dei capoluoghi di regione. Secondo me erano comunque criteri insensati, ma almeno chiari, invece niente.

– chi eleggeva i consiglieri regionali? Con che criterio? Potevano scrivere quelli che prendono più preferenze, non una grande soluzione, ma almeno sembrava avere una parvenza di democraticità. Niente neanche qui.

– in generale poi i nuovi articoli lasciavano un sacco di vuoti legislativi che, anche a detta dei promotori della riforma, si sarebbero sanati con leggi ordinarie. Da fare quando e in quanti anni? Con che maggioranze? Di nuovo a colpi di fiducia?

– la campagna elettorale poi è stata tragica: la Boschi ha detto che i veri partigiani votavano Si, che se passava la riforma avremo avuto più mezzi, nell’ordine, per combattere il terrorismo (sai la paura dell’ISIS quando si fosse trovato davanti i 21 sindaci e i 74 consiglieri regionali) e più mezzi per guarire i malati di cancro (non la commento per decenza). De Luca in compenso ha chiarito che il referendum si sarebbe vinto affidandosi a chi “le clientele le sa fare come Cristo comanda”(cit.).

– chi vuole combattere il populismo dei 5 stelle, aveva ricoperto gli autobus di slogan come: Cara Italia, vuoi diminuire il numero dei politici? Hai voglia di cambiare davvero? vuoi ridurre i costi della politica? Basta un Sì.

Passiamo al personaggio dell’ex-presidente del consiglio e alle grandi cosa fatte dal suo governo:

– non ho mai detestato nessun politico quanto detesti Matteo Renzi. Berlusconi lo odiavo meno e comunque era dall’altra parte: se faceva politiche di destra era giusto, era il motivo per cui era stato votato. Poi Berlusconi è un cazzone, ho sempre detto che se fossi un abitante del Canton Ticino, mi sarebbe stato quasi simpatico, perché spesso mi ha fatto ridere. Renzi no, è l’amico della piazzetta che se non ci fossero state le mamme a guardare, avrei preso a pugni. E’ proprio una questione di pelle.

– è arrogante e finché era forte ha irriso tutti i suoi avversari. Al Lingotto ha detto: “basta autocritica” e solo perché l’assemblea era composta solo dai suoi fedelissimi non ha riso nessuno, visto che la sua autocritica in sintesi è stata: gli italiani non hanno capito quanto era bella la riforma costituzionale e tutte le cose grandiose che ha fatto il mio governo. Al massimo si è sbilanciato a dire: non siamo stati buoni comunicatori.

– il gergo giovanilistico da bar: gufi, rosiconi, quelli che dicono sempre di no: ti va bene se distruggo i tuoi diritti? Va bene se ti faccio pagare degli esami medici che prima non pagavi? Vuoi mangiare della merda? No, no, no, io risponderò sempre no. Tra l’altro il suo giovanilismo è stato un successo, visto che l’80% degli under 35 ha votato No al referendum.

– la retorica di dire: noi lo abbiamo fatto e siamo stati i primi, nessun altro lo aveva mai fatto. E quindi? Se quello che hai fatto è una stronzata, meno male che non l’ha mai fatto qualcuno prima. Se domani vado sul bordo della fontana di Piazza De Ferrari e dopo essermi tirato giù i pantaloni ci cago dentro, ai poliziotti che mi vengono a prendere dico: non capite, sono il primo che ha avuto questa idea, nessuno l’aveva mai fatto primaaaa!!!!!

– prima di Renzi il PD spesso perdeva le primarie che organizzava, vedi Niki Vendola o i sindaci arancioni nel 2012 e non c’era nessuno che si lamentava della regolarità nello svolgimento del voto. Dopo Renzi hanno sempre vinto i candidati renziani, con polemiche infinite su brogli e irregolarità, dovute ai cinesi ai seggi o a elementi poco raccomandabili che pagavano ignari passanti per entrare e votare il candidato renziano, per esempio a Napoli.

– parlando di Napoli, quando la candidata di Renzi non ha raggiunto il ballottaggio il PD LOCALE HA INVITATO I SUOI SOSTENITORI A VOTARE IL CANDIDATO DI FORZA ITALIA CONTRO DE MAGISTRIS. Per certi versi basterebbe solo questo punto per non votare mai più il PD. Questo per tacere degli ignari cittadini inseriti in lista a loro insaputa.

– Il Jobs Act ha aumentato la precarietà, distrutto i rimanenti diritti dei lavoratori e fatto esplodere il fenomeno Voucher. Le assunzioni che ha portato sono state il frutto dei forti incentivi che sono stati dati e che sono pesati non poco sulle casse dello stato. Non è stata certo una manovra strutturale che guardava lontano, ma una toppa per poter dire: vedi quello che abbiamo fatto? (vedi sopra).

– uno degli effetti del Jobs Act, ai miei occhi il più clamoroso, è stata la fuga di circa 100.000 giovani dall’Italia, durante i tre anni del governo Renzi: in cerca di un lavoro e uno stipendio dignitosi, ma soprattutto di un contratto che non sia una presa per il culo.

– in risposta alle proteste contro il Jobs Act la frase di Renzi: HA FATTO PIU’ MARCHIONNNE PER QUESTO PAESE CHE TANTI SINDACALISTI. Detto di un’azienda che aveva appena spostato sede legale e fiscale nel Regno Unito e nei Paesi Bassi. Questo significa che tutte le tasse sugli introiti finiscono in quei paesi e in Italia rimane solo l’irpef dei lavoratori (le briciole). Se questo è grave per quasi tutti i marchi FCA, è gravissimo per Ferrari visto che più della metà dei suoi introiti è data dalla vendita del merchandising (fatto in Cina). Per tacere di tutti gli aiuti governativi che ha preso Fiat negli ultimi 70 anni.

– la “buona scuola” (che nome del cazzo) che nel paese del nepotismo diffuso, ha dato ai presidi potere assoluto nel chiamare in modo diretto cinque insegnanti. Al proposito ricordo una foto di una manifestazione in cui insegnanti sulla cinquantina, con le vene del collo gonfie, urlavano contro il governo. Una di queste teneva in mano un piccolo cartello con su scritto “Non voterò mai più PD”. Questo nel paese in cui il corpo insegnante ha sempre votato massicciamente per la sinistra.

– l’alternanza scuola lavoro che invece che inserire i giovani negli ambienti del lavoro futuro, tipo aziende informatiche e dei servizi, studi legali ecc. ha fornito manodopera gratuita di basso livello nella ristorazione e nel volantinaggio, facendo concorrenza sleale ai già malpresi lavoratori dipendenti.

– intanto che varava questa splendida riforma che distrugge quel poco di buono che rimaneva delle scuola pubblica, ha aumentato, ad un livello che neanche Berlusconi e Ruini si sarebbero sognati, i contributi statali per le scuole private (al 90% cattoliche). Aggirando l’articolo 33 della costituzione che recita “senza oneri per lo stato”.

In conclusione dopo questi tre anni magnifici, non voterò sicuramente né il PD, né una coalizione in cui sarà presente per il semplice motivo che temo che un nuovo governo Renzi faccia cose tipo privatizzare totalmente la sanità (stile Stati Uniti) o ci faccia diventare tutti lavoratori a chiamata tipo i rider di Foodora. (Una proposta di Sinistra Italiana per imporre ai datori di lavoro stile Foodora di regolarizzare i suoi  dipendenti è stata bocciata con l’apporto fondamentale dei parlamentari del PD. Il M5S ha invece votato a favore, mannaggia ‘sti populisti!!!)

Ma così fai vincere la destra o Grillo??!! Si, è vero, ma quando governava la destra c’era un’opposizione di sinistra forte che faceva fronte comune con i sindacati e queste porcate non succedevano.

Regionali 2015 in Liguria: il meno peggio

Finalmente sono arrivate le elezione regionali ed è riiniziato il folclore dei manifesti elettorali, tanto che potrei fare un post come questo ad ogni tornata. L’unica chicca che riporto è quella di un candidato del PD, partito che governa la regione da 10 anni, che nel manifesto 6×3 scrive “il cambiamento è possibile”. Si certo, aggiungo io, non votando PD.

Comunque parlando con amici, spesso emerge da parte loro l’idea che sia necessario votare sempre e, nel caso l’offerta non sia “esaltante”, sia giusto votare quello che consideriamo il meno peggio. Parlando poi con persone di sinistra sembra quasi sottointeso che il meno peggio sia sempre stato e sia tuttora a prescindere il PDS-DS-PD. Talvolta l’argomento è portato con toni spicci e ultimativi, con frasi come: “non facciamo cazzate, prima battiamo la destra e poi ne parliamo”. Peccato che io, avendo appena compiuto 42 anni, questa frase la sento da almeno 20 anni e dopo le elezioni non “ne abbiamo mai parlato”, però in compenso si sono fatti i tagli con il governo Monti e le bicamerali, i governi e i patti nazareni con Berlusconi.

La cosa grottesca è che ci sono personaggi, ultimo il ministro Orlando, che chiedono il voto al PD proprio per sconfiggere la destra e il berlusconismo. Io delle volte mi chiedo se ci sono o ci fanno.

Comunque analizzando nel particolare la situazione nella mia regione, osservo un po’ di cose:

  • la Paita rappresenta la continuità con la giunta Burlando e con tutti i danni che ha fatto nel recente passato;
  • l’accordo della Paita con personaggi vicini a Scajola. Non a caso i sondaggi danno la candidata  PD forte a Imperia, dove ha sempre vinto la destra e debole a Genova dove c’è lo zoccolo duro di sinistra;
  • il modo in cui ha vinto le primarie: i cinesi alle urne o le comitive di calabresi che versavano l’obolo e poi uscivano subito dopo, perché non gli avevano spiegato che fosse anche necessario votare;
  • l’annullamento dei voti di quattro sezioni, che qualche anno fa in Campania aveva invalidato le primarie in toto;
  • Renzi, segretario del PD, che fa i complimenti per la vittoria alla sua candidata, prima che il comitato di garanzia del PD fosse ancora arrivato ad una conclusione sulla validità o meno delle primarie. E’ stato soprattutto quest’ultimo punto che ha fatto infuriare Cofferati, non tanto l’aver perso, perché è un gufo rosicone che non sa perdere. Nonostante l’ex segretario CGIL non mi piaccia come politico e non lo vedessi bene come presidente della mia regione, in questa occasione ha ragione da vendere, perché le #regole non possono valere solo quando fa comodo.

Riassumendo quindi, secondo me, in questa occasione votare il PD e la Paita è votare il “più peggio” possibile. A destra, visto che loro sono davvero dei rosiconi, hanno provato a fare peggio perché piuttosto che presentare un candidato conservatore, ma radicato nel territorio, hanno pensato bene di candidare Toti, quello che nelle vignette di Stefano Disegni è l’automa senza cervello che ripete a macchinetta quello che dice Berlusconi. Ma non so se ci sono riusciti.

Non mi stupirei se, in caso di sconfitta della Paita, molti alla sinistra del PD in un secondo tempo magari si dispiaceranno di avere un presidente di destra, ma nell’immediato qualche gestaccio da stadio indirizzato verso il PD e il suo segretario nazionale lo faranno. Non è il solito autolesionismo della sinistra è che quando uno fa il prepotente e prende a schiaffi gli avversari, non può pretendere che poi le vittime, quando ne hanno l’occasione, non si ribellino.

In questa situazione, io stesso paradossalmente mi trovo a mettere in discussione il mio astensionismo, perché non votando darei più valore ai voti che prenderà il PD, ma votando la sinistra di Pastorino, il M5S o anche il partito dello 0,05%, invece ostacolerei in minima parte la sua vittoria. Più che il voto al “meno peggio”, sarebbe il voto “contro qualcuno”: forse l’Italia sta proprio #cambiandoverso.

Il Primo Maggio

Questo post sembra una sorta di rubrica “forse non tutti sanno che” o le “spigolature”, perché forse non tutti sanno che la festività del primo maggio nacque in uno dei pochi paesi al mondo che non la festeggia e fu una festa rivoluzionaria, soprattutto di marca anarchica e libertaria.

Qui c’è una storia più dettagliata, comunque per farla breve il 3 maggio del 1886 a Chicago, è organizzato una manifestazione di lavoratori molto partecipata (circa 40.000 persone). Alla fine dei comizi viene lanciata, non si sa bene da chi, una bomba tra i poliziotti. In seguito a questo episodio inizia una caccia al colpevole, durante la quale sono arrestati cinque anarchici, membri del gruppo che all’epoca rappresentava la parte più numerosa e agguerrita del movimento operaio. I cinque saranno poi condannati a morte e la sentenza eseguita l’anno dopo.
Negli anni successivi, all’interno del movimento operaio, nasce l’idea di indire una giornata di sciopero generale e di festa per il primo maggio, da tenersi tutti gli anni con il doppio intento di commemorare sia la riuscita manifestazione del 1886, sia i cinque che ormai sono noti come “i martiri di Chicago”.

Con queste premesse, risulta chiaro come agli anarchici sia parso strano che la ricorrenza sia diventata prima una festa istituzionale statale e poi sembrassero addirittura grottesche le sfilate di carri armati e unità lancia missili sulla Piazza Rossa, sulla Unter den Linden e in tutte le piazze del “socialismo realizzato” fino alla fine degli anni ’80.

In Italia ora la manifestazione più rilevante è il Concertone di piazza San Giovanni organizzato dalla triade CGIL-CISL-UIL. Tra l’altro questo evento è stato sospeso nel 2000, l’anno del Giubileo, per “rispetto alla chiesa cattolica romana”, manco fosse stato il Mi Sex, il Meeting anticlericale o la Sagra della Bestemmia. Io ingenuamente pensavo che, per la vergogna di essersi calati così indegnamente le braghe, dall’anno successivo avrebbero abolito l’evento, invece dal 2001 è ritornato più patetico e retorico che mai e io ho capito qualcosa in più su come funzionano i sindacati confederali.

L’unica vera festa a cui avrei partecipato volentieri in questi anni è la May Day Parade di Milano, che oltre ad essere una vera festa di popoli, tratta realmente i temi più scottanti del lavoro come la disoccupazione, il precariato e le mille forme di contratti e di sfruttamento, soprattutto dei giovani.

Quest’anno il primo maggio, proprio a Milano, inizia Expo 2015, che è un emblema della negazione del lavoro. Infatti per essere parte dello staff all’evento ci sono i contratti “00” come la farina, ovvero quei contratti concordati con i sindacati, che sono contratti a tutti gli effetti ma hanno lo “0” nella casella della retribuzione (non sono previsti neanche rimborsi per spese di vitto o di viaggio per raggiungere la sede dell’evento), oppure contratti capestro che prevedono una retribuzione ma sono prese per il culo (una testimonianza e altre testimonianze).

L’Expo rappresenta a tutti gli effetti il moderno modello di business incarnato così bene dal Governo Renzi e dal Partito Democratico: le spese sono a carico dello Stato (quindi della collettività) e dei volontari (fatica), mentre i guadagni andranno agli amici di Renzi come Eataly (solo il 5% di ogni pasto erogato va agli organizzatori di Expo) e le Coop, oppure alle multinazionali (McDonald, Coca Cola) e ad altri enti tipo Intesa San Paolo.

A Genova invece quel giorno, visto che le sfighe le abbiamo tutte, ci sarà solo il consueto corteo di “Lotta Comunista“, i testimoni di Geova o i mormoni della sinistra, movimento che in città ha la sede nazionale e il più grande gruppo di militanti. La manifestazione sarà come al solito così vivace, che al confronto un congresso del Partito Comunista dell’Unione Sovietica degli anni ’50, sembrava il Gay Pride.

E’ facile essere Salvini

Matteo Salvini è senza dubbio un politico capace, perché nella Lega ce ne sono tanti di invasati razzisti, ma lui è l’unico che è riuscito a portare il suo partito sopra il 10% a livello nazionale, esattamente come nella Milano di fine ’70 c’erano tanti imprenditori privi di scrupoli, ma solo uno è diventato Silvio Berlusconi.

Premesso questo però, io da persona con il cuore a sinistra, ho sempre un po’ invidiato politici ed elettori di destra, perché è decisamente più semplice stare dall’altra parte.

A sinistra, partendo dalla famosa e ricorrente frase “dobbiamo fare autocritica“, è sempre stato un continuo auto martellamento di coglioni. E’ sempre stato necessario dire che è giusto e lodevole pagare le tasse, perché finanziano la scuola e la sanità. Bisogna sempre esprimere vicinanza a rom, extracomunitari e stranieri in genere, che devono essere aiutati anche quando sono molesti e hanno comportamenti intollerabili. Nelle persone di sinistra c’è anche una sottile contraddizione nel tifare squadre di qualsiasi sport perché queste sono possedute quasi sempre dal “padrone”; soprattutto quando questo padrone è in continuo contrasto con il sindacato al quale il militante di sinistra aderisce, come succede adesso con Marchionne e la FIOM.

Il militante di destra in questo senso vive una vita più serena: può girare con il BMW perché lui ha il grano ed è giusto che gli altri si attacchino al cazzo. Si schiera sempre dalla parte dell’imprenditore perché è la sua parte, non ha troppi sensi di colpa quando è razzista e soprattutto ammette serenamente che il mondo gira attorno a due pilastri fondamentali: i soldi e la gnocca (in questo ordine).

In conseguenza di ciò anche il lavoro del politico di destra è estremamente facilitato ed è ancora più facile se è un populista. Come ci ha raccontato così bene Manzoni, si cercano prima i colpevoli esterni e Salvini lo ha fatto sia in alto che in basso: rom, neri e rumeni da una parte, BCE, burocrati di Bruxelles e Germania dall’altra. Poi si strumentalizza ogni fatto che succede, prendendo a volte alcune cantonate: prima che si sapesse che la strage in Norvegia l’aveva fatta Breivik, “Il Giornale” titolava già “Sono sempre loro” (i mussulmani) e nel 2001 a Novi Ligure, la Lega Nord locale aveva già organizzato una fiaccolata contro gli stranieri, abortita dopo la confessione di Erika e Omar. Per tacer della Santanché e del suo “che origine avevano i piloti dell’autobus”. Questo però non è un problema, vista la memoria cortissima dell’elettore medio.

Un’altra cosa poi che a destra possono evitare è la noiosa cultura e quelle infinite precisazioni da scassacazzi di sinistra. I mussulmani per loro sono tutti arabi, anche se sono turchi, iraniani, pakistani o indonesiani; un po’ come dire che irlandesi, bavaresi, polacchi e filippini sono tutti italiani, perché professano la religione cattolica. Per non parlare delle differenze tra sunniti e sciiti e delle lotte intestine del mondo mussulmano per questo motivo.

La religione cattolica, invece, è usata come grimaldello per richiamare “le nostre comuni radici cristiane” e coinvolgere quelle grandi masse di persone che partecipano alle adunate oceaniche delle beatificazioni e delle esposizioni di sindoni o corpi rinsecchiti di santi. Concetti basici di politica e religione per coinvolgere le masse, senza perdersi troppo in sottigliezze.

In teoria esisterebbe anche la destra liberale e laica di tipo europeo, ma in Italia chi se l’è mai cagata? Il PLI durante la prima repubblica è arrivato raramente sopra il 5%, accontentandosi di fare la ruota di scorta della DC, “la Voce” di Montanelli ha chiuso dopo un anno e “Futuro e Libertà” di Fini è fallito miseramente prima ancora di nascere, insieme a “Scelta Civica” di Monti.

La destra oltre a tutto, vince molto più spesso le elezioni in qualsiasi parte del mondo: negli Usa ci sono stati molti più presidenti Repubblicani che Democratici, in Germania la CDU/CSU ha governato molto più spesso della SPD e così nel Regno Unito con Conservatori e Laburisti.

Spesso poi quando un partito di sinistra vince si sposta a destra, realizzando politiche liberiste: Blair, Schröder (dopo di lui la SPD non ha eletto neanche più il presidente della bocciofila) e Renzi in Italia.

Renzi: un uomo solo al comando

Avevo già in mente di usare questa espressione ciclistica riguardo al presidente del consiglio, prima che la usasse lui facendosene vanto.

La volevo usare perché la politica in Italia, ben prima di Renzi, è sempre stata quella dell’uomo solo al comando, perché gli italiani in verità amano alla follia questa figura, nonostante formalmente dovremmo vivere in una repubblica parlamentare. L’italiano ama il leader solo e un po’ tirannico, perché dei politici invidia lo stipendio e i privilegi ma sicuramente non il lavoro che fanno: troppe le responsabilità e la necessità di mettersi in gioco in prima persona. Quante volte si è sentito riguardo “all’uomo solo al comando” di prima: “voto Berlusconi così ci pensa lui a mettere a posto l’Italia“. Appunto ci pensa lui, che noi abbiamo altro da fare, dobbiamo pensare: al campionato di calcio, alla Formula 1, al motomondiale, al nostro lavoro, volendo anche alla famiglia e più in generale ai cazzi nostri.

Partendo da Craxi, e non parlando del fascismo, noi amiamo il capo, quello su cui raccontiamo barzellette feroci (“gli ho detto sono l’autista di xxxx e ho ucciso il maiale, così lui mi ha riempito di regali“), ma che lasciamo al potere (per dieci, venti anni) così ci pensa lui; sorvolando su scandali finanziari, sessuali e soprattutto di natura etica. Anzi se è un po’ lazzarone ci sta anche più simpatico.

Poi dopo vent’anni in cui, braghe calate, gli abbiamo delegato tutto il delegabile, gli tiriamo le monetine, godendo della sua rovinosa fine.

Facciamo questo per poi assumerci le nostre responsabilità?

No assolutamente, lo facciamo per riconsegnarci legati mani e piedi a quello nuovo. Infatti il PD di Renzi è stabile sul 38% di consenso.

L’uomo solo al comando, oltre a tutto, a prescindere dal colore politico fa sempre le stesse cose. Renzi, infatti, è riuscito o sta riuscendo in tutto quello che avrebbe fatto Berlusconi, se non avesse dedicato tutto il tempo alle sue aziende e ai suoi guai giudiziari. Ha abolito l’articolo 18, vuole sovvenzionare la scuola privata, ha abolito il senato, vuole riformare la Rai privatizzandola e rendendola uno strumento del governo. Tutto questo senza trovare alcun ostacolo, soprattutto nel suo partito, che avalla qualsiasi cosa decida l’uomo solo al comando. Anche la rivoluzionaria Serracchiani sembra ora una “Carfagna” qualunque.

All’orizzonte adesso sta apparendo quello che, almeno nei suoi sogni, dovrebbe essere l’uomo solo al comando del futuro: Corrado Passera. Dico nei suoi sogni perché secondo me si sta preparando ad un flop colossale, ma io non faccio testo perché ero tra quelli che nel febbraio 1994 pensava: ma chi vuoi che voti quel piazzista da fiera.

Esattamente come i suoi illustri predecessori, Passera sta facendo i solti discorsi da potenziale lider maximo: tutti i problemi si possono risolvere facilmente, basta togliere di qua e mettere di là, si eliminano gli sprechi, si elimina l’evasione, uno o più uno fa due, due più due fa quattro, et voilà nel giro di quattro massimo cinque anni, risolvo tutto. Fidatevi, ci penso io!

Questo ovviamente senza dire che al comando (governo) ci è già stato come super ministro del governo Monti e a parte lauti regali alle banche e un restringimento senza precedenti della cinghia non ha fatto molto. Ha risanato la situazione macroeconomia del paese, distruggendo però l’economia reale, non toccando nessun centro di potere e soprattutto di spreco.

Un grosso errore di Passera comunque lo si può vedere già adesso: Berlusconi il suo programma lo regalava, spedendolo a casa ad ogni italiano, Passera invece ha scritto un libro “Io siamo. Insieme per costruire un’Italia migliore” che costa 15,00 euro (ebook 8,99) e che noi potenziali elettori dovremmo comprare. Si vede che non conosce l’elettorato italiano, soprattutto quello di destra.

La leva del ’14

Me la ricordo la leva del ’14, erano già tutti in pensione quando io ero piccolo. Uno di questi era il mio nonno paterno.
Erano nati alla vigilia della prima guerra mondiale, ma avevano vissuto coscientemente il ventennio fascista e la seconda guerra mondiale, anche se mio nonno ha avuto la fortuna di non combattere, perché lavorava nell’industria bellica.

I sopravvissuti alla barbarie della guerra avevano poi partecipato attivamente alla ricostruzione del paese e al successivo boom economico. Era una generazione in maggioranza nata povera, che con il duro lavoro si era emancipata e ha avuto la fortuna di vedere la propria situazione personale migliorare, e la propria città e il proprio paese arricchirsi e andare verso un futuro migliore del passato che avevano vissuto.

Recentemente ho rivisto nuovamente molti esponenti della leva del ’14, sia in foto su facebook, sia di persona. Questi, a differenza dei precedenti, di solito sono vestiti con tutine o completini rosa o azzurri, e nelle foto sono ritratti o nei lettini di plexiglas del reparto di neonatologia di un ospedale o in passeggini e culle.
Per loro fortuna non hanno ricordi di nessuna guerra, neanche di quella siriana-irachena in pieno svolgimento in questi giorni, anche perché le loro preoccupazioni maggiori sono mangiare, dormire e qualche volta essere cambiati perché hanno il pannolino pieno di cacca. Probabilmente è per questo motivo che sono sempre sorridenti quando non hanno i problemi appena citati.

Visto che un’esponente della leva del ’14, vive con me, però sono io ad essere preoccupato, perché al momento sembra probabile che a differenza dei nati dell’altro ’14, questi debbano vedere le proprie condizioni economiche e lavorative peggiorare sensibilmente rispetto alle generazioni precedenti. Questo è evidente sia a livello nazionale, dove l’Italia non riesce a riprendersi nonostante la crisi sia finita, perché sono i problemi ad essere congeniti al sistema paese, sia, soprattutto, a livello cittadino dove Genova è l’unica città del nord che perde abitanti e possibilità di crescita.

Quindi se l’andazzo continua così l’unica soluzione anche per lei sarà quella di emigrare e per quanto mi riguarda…sarà l’occasione per seguirla e finalmente portare via i coglioni anche io, yeaaah!!!

Ultim’ora: è sparita la pubblicità elettorale indiretta

Ho scoperto solo oggi e in modo del tutto casuale, che non esiste più la pubblicità elettorale indiretta; per essere più chiari non esistono più quei pannelli non assegnati direttamente alle liste elettorali, ma contraddistinti da numeri, che potevano essere prenotati gratuitamente da ogni privato cittadino, per esprimere le proprie idee.
Questi pannelli erano utilizzati anche da movimenti extraparlamentari per esprimere le proprie opinioni e molto spesso erano utilizzati per invitare i cittadini all’astensione: è proprio grazie ad uno di questi pannelli che mi sono avvicinato alle idee libertarie.

Sono stati eliminati da una legge del dicembre 2013 dal governo Letta, quello che io chiamavo il governo del fast-forward perché, come succede con i film noiosi in cui non succede niente, era necessario mandare avanti veloce per sperare di vedere qualche provvedimento degno di nota, tanto era affetto da immobilismo cronico.
Questa legge quindi, chiaramente in nome del risparmio per i comuni, ha abolito la pubblicità elettorale indiretta, con l’ovvio risultato che solo le liste che si presentano alle elezioni hanno il diritto di esporre le proprie idee.

Immaginando i miliardi risparmiati con questo provvedimento, intanto mi sbrigo a scrivere questo post, prima che una nuova legge decida che anche questo blog può parlare di politica solo se legato ad una lista elettorale.

Astensionismo, PD e Grillo

“Il prossimo che mi dice di votare PD per non far vincere Berlusconi, gli tiro una testata in faccia”, letto su facebook nei giorni in cui nasceva il governo Letta

“Per me il voto al PD, non è una scelta di testa o di cuore, ma di stomaco: mi vien schifo solo all’idea”, me medesimo

Tempo di elezioni europee e, come cinque anni fa, rispolvero il mio astensionismo anarchico, anche se non sarò molto originale visto che l’affluenza in generale sarà piuttosto modesta. Questa volta però, per quanto mi riguarda, è una decisione definitiva, anche perché la politica attuale sta implicitamente dimostrando la giustezza del principio anarchico, che prevede il rifiuto della delega del potere a persone che una volta elette sono libere da qualsiasi vincolo di mandato. Mi chiedo poi se sia più utopico l’ideale anarchico teorizzato da Bakunin, Proudhon, Kropotkin, Malatesta,… o l’idea che in Italia un partito di sinistra vinca le elezioni e poi faccia davvero qualcosa di sinistra.
Purtroppo però l’attuale politica sta rendendo validi anche i discorsi della sora Concetta, quando dice che: “E’ tutto un magna magna, so’ tutti farabbutti, rubbano tutti!”

Partendo dal PD, ovvero dal partito che dovrebbe rappresentare le istanze di chi si sente di sinistra, non si può non pensare al fatto che:

  • ha ancora al suo interno personaggi come D’Alema, Violante e Amato (per tacer dei pregiudicati). Personaggi che nella vita si sono molto prodigati nel far vincere le loro idee, ma soprattutto nel far vincere le elezioni a Silvio Berlusconi
  • ha affossato in segreto la candidatura di Prodi alla presidenza della repubblica, non ha neanche preso in considerazione quella di Rodotà, forse perché essendo l’ex-presidente del PDS era troppo di sinistra e poi ha avallato quella di Napoliatano: il candidato di Silvio Berlusconi
  • ha votato un emendamento che puniva i comuni anti slot machine, poi quando qualcuno gliel’ha fatto notare, molti hanno risposto che non se n’erano neanche accorti
  • non più tardi di ieri Riccardo Nencini ha detto che il cosiddetto “Italicum” è stato ideato insieme a Silvio Berlusconi con il solo scopo di escludere il Movimento 5 Stelle. Detto qualche giorno prima delle elezioni fa capire ulteriormente, come se ce ne fosse stato bisogno, che quando c’è da spartirsi poltrone e appalti PD e Forza Italia sono sempre d’accordo, ma soprattutto serve a convincere gli ultimi indecisi a votare Grillo

Questo solo per rimanere alle prime cose che mi vengono in mente ed è per questo che, quando penso al PD, mi chiedo se le persone che fanno parte di questo partito siano stupide o in malafede; non è una domanda retorica, perché me lo chiedo davvero e spesso propendo per la prima ipotesi, visto il loro notorio autolesionismo.

Infine se una persona autorevole come Napolitano, recentemente ha detto che la risposta più sbagliata a quello che sta succedendo è quella dell’astensionismo, allora penso che la mia decisione sia senz’altro quella giusta.

Riguardo al Movimento 5 Stelle invece, se qualche volta mi viene voglia di votarlo, è appunto perché sento parlare i politici degli altri partiti e, d’accordo con il suo leader, cerco un modo per mandarli tutti affanculo, però la voglia mi scappa subito dopo quando sento parlare…Beppe Grillo.

P.S. Immagino già che qualcuno tra i lettori obbietterà che c’è anche “L’altra Europa con Tsipras”, però per quanto possa simpatizzare per questa lista, temo che sia l’ennesima tentativo (dopo l’arcobaleno e la lista Ingroia) di mischiare in un unico calderone tutto quello (abbastanza poco) che è rimasto a sinistra del PD. Tentativo che anche questa volta rischia di fallire  il raggiungimento della soglia del 4%.

Padre e figlia

Non ho mai avuto preferenze sul sesso della nascitura, perché non sono di quelli che prima ancora di avere figli, pensa già di portarli allo stadio o di accompagnarli agli allenamenti di calcio; anzi preferirei che non si interessi del tutto al calcio, visto il nervoso che mi faccio troppo spesso io, perché poi l’unica cosa veramente importante è che non diventi sampdoriana.

In verità però nel film mentale che mi facevo, sul sottofondo della voce di Cat Stevens che canta “It’s not time/to make a change/ just relax and take it easy…”, mi vedevo io uomo che portavo insieme a me un altro piccolo uomo e gli insegnavo com’è fatto il mondo. Non era una preferenza, ma forse inconsciamente la vedevo come una cosa più facile, più nelle mie capacità.

Quando però il 30 settembre una ginecologa dell’ospedale, tra le macchie bianche e nere dell’ecografia, è riuscita a guardare dove di solito non batte sole e ha detto con sicurezza: “è una bella ragazza”, la puntina sull’immaginario vinile di Cat Stevens si è spostata e con uno “screeck” si è interrotta la musica…

Una femminaaa!!!!

Una di quelle che parlano sempre di borse e scarpe e sulle quali non è che abbia mai avuto questo grande ascendente, anzi!

Nello smarrimento della notizia ho cercato dei riferimenti culturali a me vicini e nel giro di pochi istanti ho pensato nell’ordine a Simona, una mia collega che canta in due gruppi e che ha ricevuto le prime lezioni di chitarra dal papà e a Kristin Scott Benson, banjoista, nonché unica donna, dei Grascals, che ha ricevuto quattro premi consecutivi come banjoista dell’anno da parte della International Bluegrass Music Association.
Non nascondo che questi pensieri un po’ mi hanno tranquillizzato.

Ora dopo il primo mese vissuto insieme, non è che si possa dire molto al riguardo, se non che apprezzo molto la sua femminilità quando decide di fare la pipì durante il cambio di pannolino: se fosse un maschio mi piscerebbe direttamente in faccia.

Comunque è risaputo che non bisogna imporre i propri interessi ai figli, anche per non causare rigetto con la propria insistenza e ottenere il risultato opposto di far loro odiare quello che noi amiamo. Questo ovviamente riguarda anche chi in famiglia sta già pensando di farla diventare una piccola fotografa.

Io però quando dopo la nascita ho notato le sue ditine insolitamente lunghe per una neonata, le ho preso la manina sinistra e le ho detto: “queste dita in futuro scivoleranno sulla tastiera in palissandro di una chitarra o di un banjo.”

Com’è che iniziai a odiare il pattinaggio artistico

Nello specifico il pattinaggio artistico su ghiaccio.
Si sono appena concluse le olimpiadi invernali di Sochi e io, come “il cane di Pavlov” del famoso esperimento, ricordo molto chiaramente gli eventi legati alle precedenti olimpiadi invernali.
Nel 2002 durante le olimpiadi di Salt Lake City, vivevo da solo per la prima volta in vita mia, tra l’altro in terra straniera. Mi ricordo che la radio, unico mezzo di comunicazione che avevo in casa, annunciava la striscia quotidiana sui giochi con la frase: “Die Olympische Winterspiele zwei-tausend-zwei!” Mi ricordo anche che il collega con cui dividevo l’ufficio mi disse, con malcelato orgoglio patriottico, che tutti i migliori atleti italiani avevano nomi tedeschi e quando gli feci il nome della plurimedagliata Stefania Belmondo, lui mi rispose che era un “ausnahme”, facendomi così ricordare per sempre come si dice “eccezione” in tedesco.

Nel febbraio 2006 durante le olimpiadi di Torino era da circa un anno e mezzo che vivevo da solo, questa volta nella mia città natale, e già avevo capito che la cosa non faceva per me. A differenza di tanti amici, non ho abbastanza spirito da massaia e il fare qualcosa per la casa che sia spazzare i pavimenti e apparecchiare, oppure lavori più impegnativi che migliorino l’aspetto dell’appartamento, mi dà più soddisfazione se lo faccio anche per altri coinquilini che possano apprezzare. Quindi, passato l’effetto novità, la voglia di sbattermi per fare qualsiasi cosa, che non fosse la mera sopravvivenza, tendeva allo zero.
Nello stesso periodo anche la vita lavorativa non era granché: facevo un lavoro che non mi piaceva, in un ambiente di merda, circondato di colleghi fatti in maggioranza della suddetta materia.
Poi la sera tornavo a casa e nonostante delle olimpiadi invernali, me ne freghi ancora meno di quelle estive, che è già abbastanza poco, mi trovavo a guardare le gare di pattinaggio artistico, visto che prima del digitale terrestre la programmazione era ancora più misera, e soprattutto visto che la RAI alle gare con atleti italiani ha sempre dato molto spazio, nel senso che se vi interessa il curling o lo skeleton vi attaccate al cazzo.
In conseguenza di ciò il mattino dopo in ufficio tutti a parlare di axel, salcow, toeloop, rittberger, flip e lutz, esattamente come quando durante la Coppa America tutti diventano capitani di lungo corso. Associando le due cose adesso quando vedo il pattinaggio artistico provo un senso di fastidio, a differenza della sensazione di rilassatezza che dovrebbe dare la disciplina.

A settembre di quell’anno comunque fortunatamente la vita migliorò in tutti i sensi: cambiai ufficio e convolai a nozze, ma le olimpiadi invernali non le ho più seguite, neanche durante i telegiornali.

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